L’intervista a Josè Mourinho

In occasione delle festività natalizie, Inter.it, il sito ufficiale dell’Inter, ha fatto un regalo a tutti i tifosi nerazzurri: ha pubblicato una lunga intervista che Josè Mourinho ha concesso a Susanna Wermelinger, intervista nella quale il tecnico portoghese ha parlato del suo passato, della sua carriera, dell’Inter.
La chiaccherata è anche andata in onda sul canale tematico Inter Channel. Per chi l’avesse persa, ecco il testo intergrale:
Venticinque anni fa José Mourinho studia all’università. Quanto conta la preparazione scientifica nel futuro di un allenatore?
“Preferisco sempre dire che non sono un allenatore di ‘creazione’ spontanea. Mi sono formato durante molti anni in cui ho imparato a fare di tutto: ho giocato tanto, a livello medio-basso, ma tanto; ho studiato all’università e poi ho allenato i ragazzi, i ‘primavera’; quindi sono stato allenatore in seconda, sono stato preparatore atletico, osservatore, ho allenato una squadra piccola, come l’Uniao Leiria, poi sono passato a una squadra più importante, come il Porto, a una squadra ancora più importante come il Chelsea e una squadra ancora più importante come l’Inter. Sono sempre stati anni e una sequenza di fasi professionali che mi hanno gradualmente preparato per la sfida successiva”.
Per curiosità: Mourinho è nato nel 1963, negli anni appena precedenti la Grande Inter. Di questa Grande Inter sentiva parlare anche se era piccolissimo? La sua è una famiglia dove il calcio era un elemento importante e portante.
“Mio padre faceva parte della generazione della Grande Inter, lui ha giocato come portiere principalmente dal ‘60 al 1975: tutti i nomi di quell’Inter sono quelli di suoi contemporanei e dei quali ho sentito parlare, che ovviamente conosco. Quando sono arrivato all’Inter me ne sono interessato in modo diverso, la prima cosa che il presidente Moratti mi ha regalato è stato il libro del Centenario: leggendolo ho avuto modo di approfondire”.
Una lunga gavetta, molto graduale: sembra a vederla adesso che ogni passo sia stato programmato per arrivare al livello più alto. È stato solo un percorso casuale o c’era già una volontà precisa su come procedere?
“La definisco una progressione logica. Quello che ricordo come il momento più decisivo, è stato quando ho detto basta al fatto di essere un allenatore in seconda. Ero a Barcellona, lavoravo con Van Gaal, mi è arrivata un’offerta dal Benfica: sempre come allenatore in seconda, mi avrebbero pagato di più rispetto a quello che guadagnavo, nel contratto c’era anche la clausola che sarei in pochi anni diventato il primo allenatore. Ne ho parlato con Van Gaal e lui mi ha detto ‘tu gli rispondi che se vogliono un primo allenatore vai, ma per una posizione da allenatore in seconda non vai. Quando sei stato in questa posizione al Barcellona, non puoi esserlo per nessun’altra squadra: ti sei preparato ad essere un primo allenatore’. Quando una persona come lui, con la sua esperienza e che era il mio capo, ti dice una cosa del genere, pensi che ha ragione. Ero preparato, ero pronto a fare il primo allenatore. Ho rilasciato un’intervista subito a ‘Record’, un quotidiano portoghese, e lì ho detto ufficialmente che quella al Barcellona sarebbe stata la mia ultima tappa come vice”.
All’inizio, appunto, c’è stato l’affiancamento con tecnici come Bobby Robson e Louis Van Gaal. Quanto hanno contato?
“Dal punto di vista umano, prima di tutto, sono due persone fantastiche. Tutto il mondo sa che Robson è una persona fantastica, invece Van Gaal è un po’ come… José Mourinho. È una persona che si nasconde un po’, quello che gli altri conoscono è il Van Gaal allenatore, ma anche lui è una persona fantastico e per me è stato un grande piacere lavorare con lui”.
Cosa vuol dire ritrovare Luis Figo adesso? Figo ha, in un certo senso, accompagnato la carriera di Mourinho…
“Luis aveva diciotto anni quando l’ho conosciuto ed era già stato campione con la nostra nazionale (ndr.: Figo aveva vinto l’Europeo con la Under 16 del Portogallo nel 1989). Allora Luis era allo Sporting, ci siamo ritrovati poco dopo a Barcellona. Quando lui ha lasciato il Barcellona per il Real Madrid, io sono andato al Porto. Io ho fatto la mia carriera come allenatore, Luis come giocatore, da grande campione. Ci siamo ritrovati qui all’Inter, per me è veramente un piacere grande capire che, dopo molti anni, un ragazzo che voleva vincere tutto – tutte le partite, la partitelle, uno che voleva essere il migliore in ogni allenamento – è rimasto lo stesso”.
Quanto conta allenare dei campioni? Quanto può apprendere da loro un allenatore?
“Conta tantissimo. Principalmente perché è una sfida: quando si allena il Chelsea o l’Inter un allenatore deve rinnovarsi ogni giorno. È fondamentale non fermarsi mai nella propria evoluzione, perché si deve motivare giocatori di questo livello, bisogna creare delle situazioni di lavoro quotidiano nelle quali i calciatori trovino motivazioni per allenarsi, sentano di poter imparare. Sollecitare ad imparare un vero campione non è facile. Diventa per un allenatore un obbligo a migliorarsi sempre. Parlavo qualche giorno fa con Costinha, che è all’Atalanta ed è anche un amico, e gli dicevo che avrebbe dovuto allenarsi qualche giorno con noi per vedere come sono cambiato nei miei allenamenti rispetto a quando eravamo insieme al Porto. Non posso pensare di non migliorarmi, è un’evoluzione logica delle cose, è nella mia natura”.
Esiste un campione ideale?
“Ho trovato nella mia carriera dei professionisti perfetti. Le qualità sono differenti, parlare di un portiere, di un centravanti o di un difensore centrale o di un capitano è parlare di esigenze completamente diverse. Ma senza entrare nelle caratteristiche tecnico-tattiche, quello perfetto è il giocatore intelligente. Mi piace un giocatore che parli il mio stesso idioma calcistico, che capisca al volo quello che vuole l’allenatore, che non abbia bisogno di essere trascinato. Mi piace un giocatore che ha una grande autostima e una grande automotivazione, che non è mai soddisfatto, che non accetta gli errori. Ho avuto con me dei grandi professionisti e probabilmente questo mi ha facilitato nell’essere un leader forte: penso che sia fondamentale avere in squadra delle personalità importanti”.
Ecco, appunto, l’autostima. È possibile trasmetterla a chi non ce l’ha?
“Se lavora in un gruppo forte, di grande personalità, sì. Per me, la squadra perfetta non esiste, ma ci sono squadre con una personalità veramente speciale. L’autostima per me è fondamentale, ma c’è un legame molto stretto con la qualità. Sapere che c’è potenziale, e qualità, accresce l’autostima collettiva, che per me è molto più importante di quella individuale”.
Che cosa ha significato nel suo percorso di crescita ribaltare il destino di una squadra, come è successo con il Porto e il Chelsea?
“È molto bello perché si fa la storia, in un modo assolutamente indimenticabile. Al Chelsea è arrivato un titolo che mancava da cinquant’anni, diventa facile capire perché poi si sia creato un rapporto speciale, si può dire di passione fra un allenatore e uno stadio. A Stamford Bridge ho vissuto dei momenti irripetibili, ho visto la gente piangere. Ho conosciuto un uomo che era stato con suo padre, che ormai non c’era più, all’ultimo titolo nazionale del Chelsea, ancora non si chiamava Premiership, e insieme con me stava vedendo il Chelsea di nuovo campione, ma aveva con sé il nipote. Era stato a Stamford da figlio e ci tornava da nonno. Questa è la storia. Vincere col Porto, in due anni consecutivi, Coppa Uefa a Champions, è indimenticabile. La Uefa Cup l’abbiamo vinta a Siviglia e io non ho mai visto una cosa così, in quei cinquecento chilometri di distanza, c’erano cinquecento chilometri di coda, Siviglia era piena di tifosi del Porto, fuori e dentro lo stadio: una festa incredibile. La vittoria in Champions League rimane in tutti noi, ma il giorno dopo io sarei andato al Chelsea. Così sono andato via dal campo, praticamente subito, a gara appena finita: avevo fatto il mio lavoro, l’avevo concluso con un successo meraviglioso, avevo dato tutto il mio sforzo, cioè me stesso. Il giorno dopo avrei iniziato una nuova vita, che volevo, per cui avevo lottato, e qualcuno nel club non ha accettato la mia scelta, aveva pensato che io non avessi il diritto di cambiar vita. Questo non mi è piaciuto tanto, ma in quel momento ero l’uomo più orgoglioso del mondo, la squadra aveva cambiato sedici giocatori al mio arrivo, era una squadra di giocatori giovani, fra i venti e i venticinque anni, portoghesi, che avevamo comprato da piccole squadre, nessuno aveva giocato in nazionale, e quando il Portogallo, anni dopo, è arrivato alla finale dell’Europeo, su undici giocatori ne aveva sette del mio Porto. È stato un lavoro fantastico”.
Può esserci amicizia fra allenatore e giocatori e come, poi, si riesce a mantenere freddezza nel prendere le decisioni?
“Sì, può esserci. E non è difficile mantenere la freddezza: i problemi dei giocatori sono i nostri problemi. Quando lascio fuori un giocatore che mi piace come persona, come professionista, che lavora bene, mi fa un po’ male, ma lo faccio freddamente, riesco a nascondere i miei sentimenti, le mie fragilità emotive, le devo nascondere. Ma è anche importante che un giocatore sappia che la vita di un allenatore è una vita fatta di decisioni, che per essere un allenatore di una squadra di alto livello bisogna lasciare fuori qualsiasi ‘feeling’ si possa avere”.
Portogallo, Spagna, Inghilterra e Italia, vuol dire esplorare il mondo del calcio. Lei è portoghese, è una terra di grandi naviganti. Come si definirebbe?
“Io sono un navigatore del mondo calcistico. Non sono un allenatore che è felice di rimanere dieci, quindici anni nello stesso posto. Per me è impossibile fare come Ferguson o Wenger: cerco sempre nuove sfide. È ovvio che quando mi piace veramente un club, non voglio cambiare. Al Chelsea ho avuto la possibilità di andare via, in un club che nessuno avrebbe rifiutato, ma ho detto di no. Al Chelsea ero innamorato del club, di Londra, della gente. Dopo l’Inter, l’ho già detto, ci sarà una nazione diversa, mi comporterò come in Inghilterra: quando finirà con l’Inter non voglio rientrare in campo da una porta vicina. Però non penso neanche a quando ci sarà il cambiamento, perché qui sono molto felice, ma quando andrò sarà in un altro Paese”.
I suoi esercizi in allenamento sono un patrimonio della professionalità sua e del suo staff. Seicento esercizi diversi, hanno scritto. È vero?
“È una leggenda, davvero non so come si sia sparsa la voce di questo numero, perché neanche io so quanti siano. Di sicuro c’è un’evoluzione nei miei esercizi, dopo ogni allenamento cerco un miglioramento, anche un dettaglio può creare un esercizio diverso. Io e Rui faria aspettiamo sempre il parere degli altri, di Baresi e di Bernazzani, perché tutti osserviamo l’esercizio e possiamo fare qualcosa di diverso. Fra quattro anni lavorerò in un modo differente da quello di adesso. Non mi voglio fermare, sono giovane come allenatore, ho almeno altri quindici anni di lavoro davanti a me a livello molto alto, ovviamente voglio migliorarmi”.
Ci sono due correnti di pensiero, chi preferisce allenare campioni e chi sostiene che è nelle promesse che si trova facilità ad allenare. Mourinho ha allenato grandi campioni e ha fatto crescere dei campioni.
“Io alleno tutti. Ho allenato i campioni veri e chi pensa di essere un grande campione e non lo è. Ho allenato dei giovani che volevano tutti i giorni essere campioni e dei giovani che non vogliono essere dei campioni. Ho allenato giocatori di trentacinque anni che sembravano ne avessero diciotto. Ho allenato diciottenni che sembravano averne quaranta. È fantastico averli provati tutti e capire quello che c’è dentro di loro”.
José Mourinho, ma da ragazzino aveva un idolo calcistico?
“Avevo due idoli, mio padre ed Eusebio. Papà per me era il migliore del mondo, anche se in realtà era semplicemente un bravo portiere. Eusebio era davvero il migliore del mondo, comunque uno fra i migliori, amico di mio padre, amico mio. Sono nato il 26 gennaio, Eusebio il 25. Da piccolo aspettavo il suo regalo di compleanno, una maglia, un pallone, era il mio idolo. Un giocatore e una persona fantastica. Al Benfica l’ho ritrovato quasi quarant’anni dopo”.
Parliamo ancora di ragazzini, Mourinho li ha allenati. Cosa vuol dire prendersi cura dei giovanissimi?
“Il patrimonio di allenarli, per me, è stato la difficoltà di allenarli quando anch’io ero un ragazzino. Avevo ventitre, ventiquattro anni e loro diciannove. Mi è successo anche dopo di affrontare la questione dell’età: al Barcellona avevo ventotto-trenta anni e loro, i calciatori, trenta-trentadue. Ripensandoci, questa cosa mi è successa praticamente sempre. Anche oggi, che la differenza d’età è più significativa, mi sento come loro, mi piacciono le stesse cose, capisco i loro problemi. È sempre stato importante, per costruire la mia leadership, essere uno di loro”.
C’è una cura del dettaglio in tutto quello che fa. È così che si vince?
“I dettagli sono importanti, per essere molto esigente con chi alleno penso di dover dare ai giocatori le condizioni ottimali. Non voglio mai trovare un problema tanto per trovarlo, mi piace che ci sia una struttura con la capacità di rispondere positivamente. Qui ho trovato piena disponibilità: per esempio la sala stampa è adesso anche sala riunioni della squadra, una volta deciso quello di cui avevamo bisogno, anche a livello tecnologico, audiovisivo, informatico, in due settimane è stato tutto perfetto”.
La partita moderna è sezionata dalle telecamere, anche l’allenatore è costantemente ripreso. Si rivede mai?
“Non faccio mai attenzione a me stesso, non sono un attore. Durante la partita sono costantemente concentrato, penso solo a quella e a ciò che devo fare per la squadra. Ovviamente ho uno staff, ho un ufficio stampa che mi informa, mi dice se parli in una certa direzione sai che la telecamera non ti riprende… ma durante la partita io non penso a questi dettagli”.
Non ha mai fatto cenni al fattore fortuna nelle sue interviste. Perché non crede abbia una sua importanza o perché crede che ognuno la fortuna la crei da solo?
“Penso che sia un po’ così. La fortuna esiste, ma se da lassù Lui decide che non vinci, non vinci e punto. Credo che la fortuna si possa cercare e trovare, non mi piace che sia evocata come un modo di nascondersi, ma i dettagli sono importanti. Al Porto, in Champions, abbiamo segnato al Manchester al minuto 92. È fortuna perché abbiamo segnato al novantaduesimo, ma non è fortuna perchè Costinha sapeva di dover essere in una precisa posizione ed era lì quando ha segnato. Dove finisce la fortuna e dove inizia l’organizzazione della squadra? Non lo so. Al Chelsea abbiamo perso una semifinale di Champions ai rigori con il Liverpool. È stata la sfortuna? Cech non ha parato nessun rigore, Reina ne ha parati due. È stato fortunato Reina perché qualche giocatore del Chelsea non ha calciato bene o è stato bravo? Dove inizia la fortuna e dove finisce? Sinceramente, fortuna non è una parola che mi piace utilizzare”.
José Mourinho e l’Italia: il primo bilancio?
“In questo momento – chissà, magari sbaglio e posso anche sbagliare, perché adesso sono qui e la stagione scorsa invece ero davanti alla televisione, anche se guardavo con molta attenzione – mi sembra che questo campionato sia molto migliore di quello della scorsa stagione. Non dico che è un campionato migliore perché Mourinho è in Italia o perche l’Inter giochi in modo spettacolare, lo dico parlando in generale: le squadre sono più offensive, senza perdere la loro organizzazione tattica, perchè l’organizzazione in Italia c’è da sempre. Però, in generale, mi sembra che le squadre abbiano una mentalità diversa. Guardo per esempio a una generazione di allenatori, Spalletti, Giampaolo, Marino, Zenga, ne dimentico sicuramente tanti altri, che mi sembra vogliano giocare bene a calcio, nel senso di un calcio ben organizzato, ma che propongano anche uno spettacolo sportivo, mi sembra che si giochi un calcio molto competitivo, con qualità, più offensivo, più equilibrato. Si può parlare già di un’Inter, una Juve, un Milan, di un Napoli, si può già parlare di un gruppo e di un altro gruppo, e questa può essere la logica di un campionato. Ma non si può parlare di un campionato nel quale la prima vinca l’ultima con grande facilità per sei a zero. Possono esserci i 4-2, i 3-1, ma di base non si sa mai come andranno a finire le partite. La spettacolarità per esempio del calcio inglese è più basata sull’emozione intorno alla partita, che propriamente sulla qualità del gioco. In Italia non esiste ancora questa emozione, questa spettacolarità e la preparazione di un’industria che si vuole vendere. Però sono impressionato in modo positivo dalla qualità campionato italiano”.
Allora, Buon Natale e un grande 2009!
“È facile dire che voglio per tutti voi le stesse cose che voglio per me e per la mia famiglia: felicità, pace, salute, gioia. Il calcio non è importante, il mondo è più importante, la famiglia è più importante. Noi siamo più importanti del calcio. Però, sia chiaro, abbiamo bisogno di vittorie per essere davvero felici… “.
(via | inter.it)



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