La mediocrità delle inseguitrici consegna lo scudetto all’Inter

Il recente turno di campionato, l’ultimo infrasettimanale per questa stagione, ha dato segnali inequivocabili sullo stato delle squadre in lotta per il titolo e ne consegna una grossa porzione all’Inter, con tutti gli scongiuri del caso da parte dei sostenitori nerazzurri. Il crollo della Juventus a Udine e il solito Milan a due facce sono lo specchio di come chi insegue può lasciare ogni speranza, e non solo per un mero fatto matematico.
L’Inter ha fatto la sua parte: dopo la cocente scoppola di Bergamo torna in carreggiata, sbanca Catania con un secco due a zero e vola a più sei sulla Juventus e a più otto sul Milan. Dopo la sconfitta contro l’Atalanta, le inseguitrici pareva avessero ritrovato vigore e slancio, ma così non è stato. La sconfitta per due a uno della Juventus a Udine non è poi una sorpresa: già contro la Fiorentina i bianconeri avevano palesato un ritardo di condizione, una certa fatica e un po’ di impaccio nella zona arretrata, il tutto nascosto dai tre punti. Questo è uno dei motivi per cui il calcio parlato, la critica, dovrebbe concentrarsi sull’analisi delle prestazioni al di là del risultato (come è successo all’Inter prima della débâcle di Bergamo), e non star lì a cianciare di polemiche arbitrali, moviole e fuorigioco e di altre ciarle mediatiche da terzo mondo calcistico per accontentare i pruriti faziosi dei tifosi da poltrona, che ruotano di domenica in domenica, in relazione a chi ha avuto errroi arbitrali a favore. Capitolo a parte, la prestazione di Giovinco, così tanto esaltato da una parte della critica : se Ranieri gli ha sempre preferito altri giocatori un motivo dovrà pur esserci.
Le campane frettolosamente festose nel dopo Bologna si sono trasformate in casa Milan in un lento scampanio da funerale, condito dai fischi al mister Ancelotti, reo come spesso si è sussurrato, di aver sbagliato i cambi. Fino ad ora pareva che Ancelotti godesse di una sorta di immunità: i problemi risiedevano sempre in altri aspetti, mai sul suo operato. Ma ieri i fischi di San Siro sono forse il segno che qualche errore lo commette anche lui. E come accaduto per la Juventus, la larga vittoria di Bologna ha nascosto ancora i limiti sia in difesa che nella zona mediana, sempre affollata di trequartisti e giocolieri e povera di incontrsti. I fallimenti di Senderos e di Flamini ormai sono cosa nota, devono essere cosa nota per una dirigenza che deve recuperare credibilità in fase di mercato: ottimi giocatori che una volta approdati a Milanello cambiano volto, non sono più gli stessi. Il calcio italiano è più complesso rispetto al resto d’Europa, ma il Milan sembra essere un tritacarne per certi giocatori con poca personalità (vedi Flamini).
Dopo un primo tempo accettabile, ma pur sempre caratterizzato da una manovra lenta, troppo lenta, noiosa e prevedibile, e il gol su punizione di Beckham (unica nota positiva, l’inglese; e pensare che doveva essere l’inutile figurina), la ripresa ha visto un Milan impacciato e incapace di creare un’azione degna di questo nome. La rete del pareggio di Milito è stata la giusta punzione e fa tornare il Milan sulla terra, ridimensiona la velleità da scudetto di una squadra schizofrenica e poco costante che ha necessità di creare un equilibrio a monte, in fase di costruzione. Certe prestazioni e il recupero di una Roma che ha trovato smalto devono tenere in allarme un Milan che non può fallire il posto in Champions un’altra volta.
Per questo gran parte dello scudetto è nelle mani dell’Inter, non solo per il più sei e il più otto: sono le premesse e le prestazioni che dicono questo. Certo, può succedere di tutto, l’Inter può crollare improvvisamente, ma se chi insegue si impantana da sola, non approfitta dei (pochi) momenti bui dei nerazzurri, è incostante e soffre di blackout, lo scudetto si tingerà nuovamente di nerazzurro. L’Inter continua a offrire un gioco non brillantissimo, ma è robusta e efficace: a dispetto del gioco fa i gol, e i gol portano punti e i punti fanno vincere i campionati. L’Europa, la Champions, è tutt’altra cosa.



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