Cordoba salva l’Inter, ma che fatica

Anche nel caso di Reggina-Inter vale il discorso che il risultato cambia valori e giudizi, modificando l’analisi di una partita. Durante i minuti finali, col risultati fermo sul due a due, già si immaginavano le critiche che si sarebbero abbattute su un’Inter bruttina e senza gioco, ballerina in difesa e poco pungente in avanti, a dispetto della falange di punte schierata dal suo allenatore. Invece il gol di Ivan Ramiro Cordoba nei minuti di recupero ha cambiato tutto e ha nascosto un po’ di magagne. Certo, le critiche ci sono state, ma sommesse, quasi silenziose e oscurate dai tre punti.

Non significa certo che l’Inter abbia rubato, o abbia demeritato: succede spesso e succede a tutti di vincere non giocando bene. Ciò che deve preoccupare è la visione di insieme: se si continua a non giocar bene non ci si può aspettare di trovare il jolly ogni volta. Se al contrario è solo una giornata storta ci si sfrega le mani e si gode dei tre punti in più in classifica.

La prestazione di sabato però ricalca il cannovaccio di quest’ultimo breve periodo dei nerazzurri, che a parte la vittoria all’Olimpico non ha mostrato un grande calcio: massimo risultato con minino sforzo in Europa contro l’Anorthosis (ma nel gironcino di Champions questo atteggiamento ci sta) e pareggi deludenti contro Genoa e Fiorentina.

Al di là di schemi e impianto di gioco, di 4-3-3 o 4-2-4, questa Inter continua a non convincere: scollata nel reparto avanzato coi due esterni abbandonati a loro stessi, flebile a centrocampo con due incontristi non supportati dagli esterni che in fase di non possesso non tornano a coprire, e in difficoltà in difesa, conseguenza del poco filtro a centocampo. Il risultato è una squadra che non riesce a costruire un gioco quando deve farlo, come dimostrano le difficoltà incontrate nelle partite casalinghe; risulta più pericolosa fuori casa quando riparte in veocità dalla propria trequarti: in altri tempi e casi si sarebbe parlato di gioco all’italiana, altro che spettacolo.

Il tutto stride se si fanno raffronti con la squadra solida e rocciosa dell’anno scorso.

A monte di tutto questo abbiamo un allenatore troppo legato ai prorpri schemi e forse confuso dall’impatto col calcio italiano (leggi: squadre organizzate, anche quelle meno blasoante, chè qui mica siamo in Inghilterra) che nei momenti di difficoltà non sa fare altro che inserire un’altra punta come se un elevato numero di attaccanti significa apportare più pericoli per gli avversari (a conti fatti questo atteggiamento ha portato i suoi frutti solo contro il Lecce). Leggere la partita e fare dei cambiamenti con l’intento di modificare la disposizione e i movimenti della propria squadra: questo è il compito di un tecnico. Intasare l’attacco giocando con mille punte quando dietro non si costruisce, o si ha difficoltà a farlo, non serve a nulla: questo è il calcio professionistico, non Pro Evolution Soccer.

Ma Mourinho gode ancora di una certa immunità e le critche latitano,  o quando ci sono vengono abilmente dribblate dal portoghese. Sta diventando un ritornello, ma la domanda è sempre lecita: se al suo posto ci fosse ancora Roberto Mancini quante critiche gli pioverebbero addosso?

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